Il senso di Caccia 
per l’abitare

Il senso di Caccia
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Luigi Caccia Dominioni ha compiuto cento anni lo scorso dicembre. La sua poetica progettuale è estremamente attuale e supera gli schemi spesso usati per definirlo

di Maria Vittoria Capitanucci

Il senso di Caccia 
per l’abitare

Il senso di Caccia
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Luigi Caccia Dominioni ha compiuto cento anni lo scorso dicembre. La sua poetica progettuale è estremamente attuale e supera gli schemi spesso usati per definirlo

di Maria Vittoria Capitanucci

Nella pagina precedente: l'interno del Teatro Filodrammatici a Milano. Foto A. Zambianchi

caccia

Un intenso ritratto di Luigi Caccia Dominioni. Foto Maria Greco Naccarato

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Un intenso ritratto di Luigi Caccia Dominioni. Foto Maria Greco Naccarato

p.Sant'Ambrogio

Casa in piazza Sant'Ambrogio, Milano. Foto Marco Introini

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Casa in piazza Sant'Ambrogio, Milano. Foto Marco Introini

flos

Scorcio di un palazzo in corso Monforte, Milano. Foto giuseppealbera©

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Scorcio di un palazzo in corso Monforte, Milano. Foto giuseppealbera©

p.Carbonari

Casa in piazza Carbonari, Milano. Foto Marco Introini

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Casa in piazza Carbonari, Milano. Foto Marco Introini

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Palazzo in via Nievo, Milano. Foto Marco Introini

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Palazzo in via Nievo, Milano. Foto Marco Introini

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Edificio in via Farini, Milano. Foto Marco Introini

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Edificio in via Farini, Milano. Foto Marco Introini

Come non rendere omaggio a un grande maestro dell’architettura italiana in occasione del suo compleanno (il centesimo), testimone involontario di un secolo di storia e protagonista partecipe, moderno e disinvolto di sett’antanni di cultura architettonica? E, oggi più che mai, riferimento dichiarato per i complessi percorsi progettuali di alcune raffinate voci del panorama internazionale.

Il lavoro di Luigi Caccia Dominioni, riletto alla luce della ricerca contemporanea, incarna, infatti, una dicotomia di valori che, se un tempo lo avevano relegato a protagonista del territorio e della cultura lombarda, ora finalmente lo proiettano, e a ragione, nel dibattito contempoaneo tout court. Il suo costante essere in bilico tra tradizione e modernità – frase nel suo caso quasi meccanicamente abusata  – sembra finalmente assumere dei connotati che vanno ben oltre lo slogan, sia nelle sue architetture fatte anche di sperimentazione sulla pelle in un dialogo costante con la città sia nei suoi pezzi di design che hanno sfiorato persino il post-modern con elegante ironia. Riconoscergli dunque quel superamento dei diktat razionalisti a favore di una ricerca tutta personale, in cui il valore dell’involucro e della pelle assumesse la medesima importanza della distribuzione interna e dei flussi dei suoi edifici, è fatto di estrema attualità, proprio di una ricerca che appartiene alle ultime generazioni di progettisti.

Il suo essere “piantista” come spesso ama ripetere, con un vocabolo inesistente in italiano ma che così bene rende il senso della sua concezione spaziale e relazionale, in parte lo avvicina al raumplan di Adolf Loos o alle trame alla Wright,  in parte lo proietta però nell’universo dell’urban design più all’avanguardia. Ha dichiarato: “Io sono un ‘piantista’: nel senso che sulla pianta ci sono, ci muoio, sia che si tratti di un palazzo per uffici che di un appartamento di sessanta metri quadri […] Sono architetto sino in fondo e trovo l'urbanistica ovunque […] In realtà l'appartamento è una microcittà, con i suoi percorsi, i suoi vincoli, gli spazi sociali e quelli privati. Mi sono sempre appassionato agli spazi piccoli e ho sempre dato l'anima per farli sembrare più grandi, ad esempio allungando i percorsi, contrariamente a una certa tendenza che tende a ridurli. L'ingresso diretto in soggiorno non lo amo perché non riserva sorprese, mentre il compito dell'architetto, io credo, è anche quello di suscitare un succedersi di emozioni […] I miei ingressi, le mie scale, persino i mobili sono soluzioni urbanistiche”.

Così la sua impronta di architetto-urbanista Caccia inizia a lasciarla già con la casa di famiglia in piazza Sant’Ambrogio (1947-50), scura, tripartita, moderna ed elegante pronta a dialogare, senza timore alcuno, con l’antistante monumento simbolo della città. Prosegue poi senza esitazione nel primo dei condomini di via Nievo (1955), iconico parallelepipedo azzurro acqua marina ritagliato dall’irregolarità di finestrature e bow-window in metallo scuro e alluminio che dichiarano la variazione del taglio degli appartamenti. Nella casa di via Massena (1958-63) dialoga con il verde e con la città attraverso le due facce complici e contrapposte: l’una, verso strada, più introspettiva e rivestita in clinker poligonale marrone, l’altra, in intonaco, aperta con le vetrate verticali e i ballatoi continui sul giardino. E poi ancora clinker marron glacé, come lo definisce lo stesso architetto, e sperimentazione sul rivestimento (come anche nella sede dell’ormai snaturata Loro Parisini 1951-53) e sulla distribuzione degli appartamenti, anche duplex, in una serie di condomini che vanno dal secondo intervento in via Nievo a quello di via Tiziano, passando per l’emblematico e irregolare volume poliedrico di piazza Carbonari (1960-61) che segna forse il culmine di questo filone residenziale.

Un linguaggio che diventa nel tempo ‘stile’ da emulare, modus operandi per i costruttori e i professionisti del boom economico che, impegnati nei numeri, non ne coglieranno però il più delle volte lo spirito e la qualità. Ma la mappatura delle opere di Caccia non si esurisce con il tema del clinker, nel cuore storico della città si affacciano, senza irruenza ma con elegante riconoscibilità, i nuovi fronti dagli intonaci rossi intensi e marroni, dagli archi ribassati che segnano gli accessi o dalle finestre strombate.  È così nella villa bifamiliare in via XX Settembre (1958-64) o nel bellissimo e inusuale edificio di  via Vigoni (1959), in corso Monforte 9 (1963-64), in Santa Maria alla Porta, nel sorprendente raccordo tra la chiesa di San Fedele e la Chase Manhattan Bank dei BBPR in piazza Meda (1969-70), nel complesso in più fasi di corso Italia e in casa Pirelli in via dei Chiostri a poca distanza da un altro intervento dei BBPR su via Pontaccio-Ancona. Nuove architetture che ci riportano in un istante alla storia e alla contemporaneità.

La passione mai celata, poi, di Caccia Dominioni per il disegno del verde e la relazione costante con il paesaggio attraverso il ritagliare vedute e punti di vista, non possono che considerarsi altri elementi di una sensibilità tutta contemporanea dell’abitare. Il contrasto costante tra l’essenzialità di certi suoi segni e il lusso ‘aristocratico’ di altri, ci riporta ai giochi d’equilibrio di tanti lavori di Jean Nouvel o di Herzog & de Meuron e lo fa essere, oggi più che mai, figura di riferimento per importanti progettisti contemporanei, tra i quali Cino Zucchi che non ha mai celato la sua passione indiscutibile per il maestro milanese nei cui spazi ha avuto la fortuna di crescere (gli Zucchi sono stati suoi committenti in più occasione).

Certo, poi, la cura quasi maniacale per il dettaglio e per il valore dell’artigianato dei lavori di Caccia ci riportano bruscamente agli anni eroici, e  in questo senso unici, del dopoguerra, quelli che lo videro protagonista di una ripresa insperata tutta italiana, e lombarda in particolare, assieme agli altri ‘baroni rampanti’ dell’architettura: come Vico Magistretti, Ignazio Gardella, i BBPR e Marco Zanuso e con loro certamente anche gli Asnago e Vender, Latis, Freyrie, Soncini, Minoletti, Malchiodi e altri ancora. Costoro, con le loro opere, fecero gridare allo scandalo il noto critico Reyner Banham – sulle pagine di Architectural  Review scrisse “The Italian retreat to liberty” – e l’intero mondo anglosassone che, al tempo, si schierava in difesa dei valori del Movimento Moderno in decisa contrapposizione con la ‘pericolosa’ ripresa di certi elementi della tradizione e della storia che, invece, nelle visioni dei progettisti italiani conduceva a una umanizzazione dell’architettura (e dell’urbanistica).  Tema questo che, assieme a quello del genius loci di cui Alvar Aalto era stato emblematico interprete, dominerà  gli ultimi CIAM (Congrès Internationaux d’Architecture Moderne) e che,  in un certo senso, ne decreterà anche la fine con l’imporsi della generazione del Team 10 (dagli Smithson a De Carlo, da Candilis a Erskine) che proprio dei valori di partecipazione e di umanizzazione faranno la propria bandiera.

Dunque, come si diceva, una sensibilità al disegno urbano che contraddistingue la folta costellazione di edifici di Caccia Dominioni, residenziali e non, tutti pensati per contribuire alla costruzione di una Milano Moderna secondo una visione che non era esclusiva del grande architetto, ma di una intera generazione. Va infatti ricercato un clima culturale, quello ad esempio che ruotava intorno all’MSA (Movimento Studi Architettura) e le relazioni tra i protagonisti di quei momenti – i compagni di strada con cui Caccia ebbe relazioni di stima, talvolta distanti e, in rari casi, più ravvicinate –  per comprendere al meglio la sfaccettata personalità di questo raffinato e mai scontato progettista. Egli, del resto, esordisce appena laureato nel 1936 aprendo un proprio studio con Livio e Piergiacomo Castiglioni (i due fuoriclasse, fratelli maggiori di Achille), dedicandosi all’edilizia industriale, a concorsi e ad alcuni allestimenti per la Triennale. Frequenta assiduamente Gardella con il quale, pur non condividendo incarichi di architettura, sebbene accomunati da posizioni ed elementi di fascinazione derivati dal proprio retaggio culturale e sociale, trova come campo di confronto quello del design.  Fondano, infatti, nel 1947 (con Corrado Corradi dell’Acqua) la società Azucena, ancora oggi elegante marchio, che produrrà pezzi indimenticabili dell’uno e dell’altro, come la poltrona Catilina e il divano Sant’Ambrogio di Caccia o le lampade-appliques LP5 di Gardella.

Ma è con Magistretti, cui fu legato da stima reciproca e riservata amicizia, che nel tempo ha condiviso una serie di occasioni progettuali. Incarichi in cui ciascuno ritaglierà il proprio spazio autoriale in assoluta indipendenza, ma sempre in una visione unitaria, oppure casualmente ‘ravvicinati’. Come accade ad esempio a partire dal 1953, quando si ritrovano, l’uno accanto all’altro, a realizzare per committenti diversi un’interpretazione tutta personale del tema dell’edificio per uffici in courtain wall nel cuore della città, a due passi da piazza San Babila, in corso Europa. Qui sorgeranno i due intensi ‘armigeri neri’ di Caccia Dominioni (e nei decenni successivi ben altri due interventi), con i loro fronti vetrati e raccordati dalla lunga pensilina che corre su strada: adiacenti all’appena concluso, più contenuto ma altrettanto raffinato, progetto di Magistretti dalla stretta facciata disegnata da pannelli ciechi e trasparenti in base alle necessità arredative interne. Lavorano assieme, convocati dall’estro pragmatico e visionario di una donna imprenditrice come Anna Bonomi Bolchini, nel forse troppo precoce progetto per Milano San Felice (1966-69), quando la buona borghesia giusto intravedeva nelle residenze extra-moenia una possibile alternativa a una metropoli che iniziava a essere caotica e controversa. Qui Magistretti realizzerà le torri extra urbane, mentre Caccia si dedicherà alle residenze a schiera e unifamiliari e al verde; insieme, invece, studieranno il masterplan generale e i servizi comuni.  Un progetto di riferimento, questo di San Felice, che farà da apripista alla lunga schiera di quartieri borghesi cresciuti intorno a Milano a partire dalla fine  degli anni Settanta (compresi i berlusconiani Milano 2 e 3).

Con Vittore Ceretti, ingegnere e amico da poco scomparso, infine, la condivisione sarà poi sia su progetti residenziali milanesi – come quello per il complesso di via Monterosa – sia su interventi engadinesi come avvenne a Celerina. A tale proposito va aperta una breve parentesi sul legame di Caccia con la Svizzera e i Grigioni in particolare, luogo di vacanza per la sua famiglia, paesaggio e tradizione architettonica antica e montana da cui certamente il grande progettista ha tratto evidente ispirazione per i propri progetti, anche quelli urbani. Sarebbe un errore pensare che nelle strombature delle finestre di casa Pirelli, della casa di via XX Settembre o di quella in corso Monforte, nello spessore murario  di molte delle sue opere, come la bellissima biblioteca Vanoni a Morbegno, ritorni esclusivamante la medievalità milanese: gli echi sono anche quelli dei villaggi come Sankt  Jan o  Zuoz, dove anche la colorazione intensa delle abitazioni ci riporta allo stile di Caccia, anche se, come lui stesso ha dichiarato lo scorso 6 dicembre sul  Corriere  della Sera, “Non lo chiamerei uno stile. Piuttosto, un modo di fare. Qualcosa che s’inserisce di volta in volta nell’ambiente, usando materiali sempre vicini alle caratteristiche del luogo”.