Sebastiano Brandolini

Itinerari di Architettura

Grattacieli a New York. Sottili e “finanziari”

di Sebastiano Brandolini

Di grattacieli tanti architetti continuano a parlare e discutere come se fossero edifici eccezionali e sempre meritevoli, monumenti a qualcosa di indefinito. Ma non è più così, perché i grattacieli non rappresentano più i fari di un mondo migliore o diverso. Sembrano pensarlo anche i grandi studi globali – molto professionali e molto commerciali – che si sono appropriati di gustose fette della torta immobiliare high rise che si sta ora cucinando a Manhattan. A New York i grattacieli di ultima generazione sono alti, eleganti e intelligenti (per riassumere smart), ma anche terribilmente simili ai loro cugini arabi, cinesi e londinesi. Non affrontano il tema di “che ne sarà del grattacielo futuro”, tanto sono impegnati a cogliere l’attimo fuggente. Mi chiedo: è per caso giunto il momento di reinventare il “grattacielo iconoclasta”, come fecero SOM e Mies van der Rohe rispettivamente con la Lever House nel 1952 e il Seagram Building nel 1958?

Due anni fa, Paul Goldberger, in occasione di una mostra allo Skyscraper Museum, ha pubblicato su Vanity Fair un articolo interessante e ricco di informazioni (Too Rich, Too Thin, Too Tall?) su cosa stia effettivamente succedendo a Manhattan, sul perché di certe scelte progettuali, sugli attori, sugli splendori e sulle miserie del ménage che si sta consumando tra architettura e real estate. Riassumerò, purtroppo sorvolando sui cinici giochi di parole, le freddure e gli aneddoti di Goldberger: “Midtown e Lower Manhattan sono in trasformazione; anche se è indubbio che preferiamo i grattacieli-fiammifero ai grattacieli-scatola, non possiamo ignorare che le ombre di questi nuovi grattacieli alti e stretti avranno un impatto sociale ed economico, soprattutto sul lato sud di Central Park, dove occasionalmente dorme chi viaggia ininterrottamente tra Londra, Shanghai e il Sud America. Le torri alte e strette richiedono meno ascensori degli uffici, mentre gli abitanti riconoscono un valore aggiunto alle vedute panoramiche e agli appartamenti monopiano.

Un esempio: la torre di Rafael Viñoly a 432 Park (alta 426 metri) vende a circa 60.000 euro/mq; per spingere i valori verso l’alto servono i nomi di architetti di grido, anche se presso le procedure autorizzative ne diluiscono di molto l’originalità. Il più delle volte gli acquirenti non comprano appartamenti reali, ma quote di società che possiedono l’intera torre e che selezionano attentamente i soci: l’appartamento è soltanto un investimento finanziario. Gli appartamenti hanno soffitti alti e bagni maestosi, e la necessità delle cucine è inversamente proporzionale al loro prezzo; la torre di Viñoly pare una scultura di Sol Lewitt; la torre di SHoP Architects sulla 57esima West ha un’impronta larga solo 13 metri. Considerata la ricchezza che questi edifici dicono di produrre, ci chiediamo comunque: l’altezza produce anche felicità?”

Questa volta l’itinerario racconta quel che sta per arrivare, cioè una quindicina di nuovi grattacieli (principalmente residenziali) in via di ultimazione nei prossimi cinque anni, ma comunque in buona parte già venduti. Sebbene il futuro prospettato sia splendidamente anticipato da seducenti rendering in photoshop(scaricabili da internet), rimane il timore che alla fine la realtà sarà più banale della sua premonizione. Il rendering-tipo del grattacielo non si dilunga sulla forma dell’architettura, preferendo paragonarlo in altezza coi vicini; chi pensava che dopo l’11 settembre i grattacieli avrebbero subito i contraccolpi del terrorismo, non teneva conto dell’hybris dell’umanità e delle città.

Forse, il motivo per cui l’architettura rimane in secondo piano deriva dal fatto che i grattacieli sono oggetti quasi invisibili, che finiscono quasi sempre per restare fuori della visuale ottica dell’occhio umano, essendo inoltre poche le situazioni a Manhattan dove si riesce a guadagnare distanza sufficiente per poterli inquadrare frontalmente e da vicino (una di queste è Central Park). A chi interessa davvero sapere com’è fatta la cuspide di una torre alta 400 metri, oppure come arretra una facciata continua man mano che sale verso le nuvole?

Volendo per forza descrivere l’architettura dei grattacieli in cantiere potremmo dire che una metà si sublima pensando al neogotico e al neorinascimentale tipici della New York di cent’anni fa, e l’altra metà si ispira invece al moderno di cinquant’anni fa, anch’esso tipicamente newyorkese. Va detto che il linguaggio architettonico è ricercato e riciclato. La vera novità sulla scena sono proprio, come dice Paul Goldberger, i grattacieli-fiammifero, tanto dal punto di vista strutturale che iconico: la loro apparente fragilità – che deriva dal rapporto tra base e altezza – toglie il fiato e trasmette un senso di vertigine anche a chi in realtà non sta provando le vertigini; come è quasi sempre stato, l’altezza dei grattacieli (per esempio: Central Park Tower, 99 piani, 472 metri, completamento nel 2019) è soltanto un sensore e un fattore immobiliare.

Forte la presenza di studi europei, a erodere il monopolio di quelli americani e a confermare il ruolo di Londra come capitale odierna dell’high-rise. Lavorano sui grattacieli di Manhattan gli studi londinesi di Norman Foster e di Rogers Stirk Harbour, quello parigino di Jean Nouvel e quello basilese di Herzog & de Meuron; tra gli americani: SOM, Adrian Smith + Gordon Gill, Helmut Jahn, e infine KPF e Robert Stern con all’attivo ben tre torri ciascuno. Risalta per originalità la torre “senza facciata” di H&dM a Tribeca: una pila di 145 ville sovrapposte con grandi e ventose terrazze panoramiche, e – why not? – anche con una grande scultura di Anish Kapoor piazzata accanto all’ingresso.

1 - 50 West - Helmut Jahn
2 - 3 World Trade Center - Rogers Stirk Harbour + Partners (Richard Rogers)
3 - 30 Park Place – Robert A.M. Stern
4 -...
1 - 50 West - Helmut Jahn
2 - 3 World Trade Center - Rogers Stirk Harbour + Partners (Richard Rogers)
3 - 30 Park Place – Robert A.M. Stern
4 -...
1 - 50 West - Helmut Jahn
1 - 50 West - Helmut Jahn
2 - 3 World Trade Center - Rogers Stirk Harbour + Partners (Richard Rogers)
2 - 3 World Trade Center - Rogers Stirk Harbour + Partners (Richard Rogers)
3 - 30 Park Place – Robert A.M. Stern
3 - 30 Park Place – Robert A.M. Stern
4 - 56 Leonard Street - Herzog & de Meuron
4 - 56 Leonard Street - Herzog & de Meuron
5 - 30 Hudson Yards - Kohn Pedersen Fox
5 - 30 Hudson Yards - Kohn Pedersen Fox
6 - 15 Hudson Yards - Kohn Pedersen Fox (master planner), Diller Scofidio + Renfro and David Rockwell in collaborazione con Ismael Leyva Architects
6 - 15 Hudson Yards - Kohn Pedersen Fox (master planner), Diller Scofidio + Renfro and David Rockwell in collaborazione con Ismael Leyva Architects
7 - 55 Hudson Yards - Kohn Pedersen Fox and Kevin Roche John Dinkeloo and Associates LLC
7 - 55 Hudson Yards - Kohn Pedersen Fox and Kevin Roche John Dinkeloo and Associates LLC
8 - Central Park Tower - Adrian Smith + Gordon Gill Architecture
8 - Central Park Tower - Adrian Smith + Gordon Gill Architecture
9 - 220 Central Park South – Robert A.M. Stern
9 - 220 Central Park South – Robert A.M. Stern
10 - 53 West 53rd Street - Atelier Jean Nouvel
10 - 53 West 53rd Street - Atelier Jean Nouvel
11 - 100 East 53rd Street - Foster + Partners
11 - 100 East 53rd Street - Foster + Partners
12 - 425 Park Avenue - Foster + Partners
12 - 425 Park Avenue - Foster + Partners
13 - 520 Park Avenue – Robert A.M. Stern
13 - 520 Park Avenue – Robert A.M. Stern
14 - 252 East 57th Street - SOM
14 - 252 East 57th Street - SOM